Un premio che vale molto più di una statuetta
La regular season NBA sta per chiudersi e, come ogni primavera, si avvicina il momento dei premi individuali più importanti della lega: difensore dell’anno, esordiente dell’anno, giocatore più migliorato, sesto uomo e, soprattutto, l’MVP. La sigla sta per Most Valuable Player e indica il miglior giocatore della stagione.
In un campionato considerato il più competitivo del mondo, vincere l’MVP non è soltanto un riconoscimento prestigioso. È anche una sorta di certificato di grandezza, quello che poi accompagna la carriera di chi lo conquista. E, dettaglio tutt’altro che secondario, può avere conseguenze economiche concrete: il premio aumenta il valore del giocatore anche fuori dal parquet. Insomma, non si tratta solo di gloria. Lo sport americano, quando vuole, sa trasformare tutto in un affare molto serio.
Il premio esiste da più di un secolo negli sport nordamericani, nato nel baseball come trovata promozionale per vendere automobili. Nella NBA, il primo MVP fu assegnato nel 1956. All’inizio erano i giocatori a votare, ma non potevano indicare se stessi né i compagni di squadra. Dal 1981 il compito passò ai giornalisti, per evitare che i voti diventassero un piccolo esercizio di diplomazia di gruppo.
La regola delle 65 partite
Quest’anno la corsa è particolarmente aperta, ma anche complicata da una norma introdotta pochi anni fa per spingere le squadre a far giocare più spesso i propri fuoriclasse, anche nelle partite meno decisive.
Dal 2023, per essere eleggibili ai premi individuali, i giocatori devono disputare almeno 20 minuti effettivi in 63 partite e almeno 15 minuti in altre 2, su 82 totali della regular season. La regola era stata concordata da lega e giocatori, ma è stata accolta da molti con poco entusiasmo. Il motivo è semplice: basta un infortunio che tenga fuori un atleta per qualche settimana, anche senza tragedie sportive annesse, per tagliarlo fuori dalla corsa ai premi.
Ed è proprio quello che sta succedendo ora. Mancano due o tre partite per squadra e, tra i principali candidati all’MVP, solo Shai Gilgeous-Alexander ha finora i requisiti per essere eleggibile. Nikola Jokic si è fermato a 63 partite, Victor Wembanyama a 64. Luka Doncic, fermato da un infortunio, non potrà andare oltre quota 64, anche se il suo team proverà a fare ricorso.
Il caso di Wembanyama è emblematico. Martedì si è infortunato alle costole contro i Philadelphia 76ers, dopo aver giocato 64 partite. I San Antonio Spurs sostengono che non si tratti di nulla di grave, ma non è detto che torni subito in campo. Gli servirebbe ancora una singola partita da almeno venti minuti per restare in corsa per l’MVP e anche per il premio di difensore dell’anno, che per lui sembra ormai a un passo.
Doncic, invece, ha avuto meno fortuna. La sua stagione regolare si è chiusa venerdì a 64 partite per una lesione al bicipite femorale, un problema tutt’altro che banale. Eppure le sue prestazioni restano eccezionali: in media è il miglior realizzatore della lega. Questo, però, non basta per l’MVP se il regolamento decide che il calendario vale più del rendimento.
Il suo agente ha chiesto una “deroga per circostanze eccezionali”, prevista dal regolamento NBA, sostenendo che alcune assenze derivassero da infortuni e dalla nascita della figlia. Una richiesta simile è stata avanzata anche dal rappresentante di Cade Cunningham, strepitoso giocatore dei Detroit Pistons, fermo a 61 partite dopo un collasso del polmone.
Voti, numeri e una certa dose di narrazione
Il modo in cui viene scelto l’MVP è cambiato nel tempo, non solo perché è cambiato il basket, ma anche perché oggi esistono molte più statistiche rispetto al passato. Però il problema di fondo resta sempre lo stesso: che cosa significa davvero “più prezioso”?
Oggi il premio è deciso da circa un centinaio di giornalisti statunitensi e canadesi selezionati dalla NBA, senza che venga resa pubblica la lista completa. Ogni votante indica i cinque giocatori migliori della stagione e li ordina in classifica. Il primo riceve dieci punti, il quinto uno. Alla fine vince chi accumula il totale più alto.
Sulla carta sembra un sistema pulito. Nella pratica, molto meno. Perché i giornalisti non votano soltanto i numeri o la qualità tecnica, ma anche il contesto, la storia che si è costruita attorno a un giocatore e alla sua squadra. E in uno sport di squadra, separare il talento individuale dal resto è un lavoro delicato, un po’ come provare a misurare il vento con un righello.
Le domande che sorgono ogni anno sono sempre le stesse:
- si premiano le prestazioni pure o il loro peso rispetto alla squadra?
- contano di più i risultati o i singoli colpi di genio?
- si guarda la continuità o un picco di forma straordinario?
- bisogna valutare l’efficacia con strumenti analitici oppure l’impatto emotivo su compagni e pubblico?
A complicare tutto c’è anche la narrazione, che nel giornalismo sportivo statunitense ha un peso crescente. Secondo Sam Quinn di CBS Sports, nel 2011 Derrick Rose vinse l’MVP al posto di LeBron James anche per ragioni narrative. Rose era il giovane simbolo dei Chicago Bulls, la squadra della sua città, mentre James era visto con meno simpatia dal pubblico dopo il passaggio dai Cleveland Cavaliers ai più competitivi Miami Heat.
A volte, poi, entra in gioco la voter fatigue, cioè la stanchezza dei votanti nei confronti di chi vince troppo spesso. Successe anche a Michael Jordan, uno dei due o tre più grandi cestisti di sempre. Dopo quattro MVP, con gli ultimi due consecutivi, nel 1997 perse il premio contro Karl Malone. Malone fu certamente un grandissimo giocatore, ma quella stagione fu leggermente inferiore a quella di Jordan almeno sul piano dei numeri.
Jordan si prese comunque la sua rivincita nel 1998, quando tornò a vincere l’MVP. Oggi, peraltro, il premio porta il suo nome nella forma e nella sostanza. Un omaggio piuttosto esplicito, come se la lega avesse voluto chiudere il discorso una volta per tutte.
Un sistema che rischia di fare più danni che ordine
L’NBA non ha mai definito con chiarezza che cosa debba avere un giocatore per meritare davvero il titolo di MVP. Per questo, nel 2023 ha aggiunto il criterio delle 65 partite, con l’obiettivo di incentivare la presenza dei migliori anche nelle gare meno importanti. L’idea conveniva alla lega e alle televisioni, perché vedere in campo i fuoriclasse aiuta sempre il prodotto.
Il problema è che la regola si è rivelata troppo rigida e, alla prova dei fatti, poco utile. Prima del 2023, del resto, erano già pochi i giocatori che avevano vinto l’MVP con meno di 65 partite disputate. E nel basket moderno, che è sempre più veloce e fisico, gli infortuni sono diventati più frequenti. Chiedere a un atleta di restare ad altissimo livello per 65 partite su 82 non è poco. Chiederlo mentre è acciaccato, solo per superare la soglia, è persino peggio.
Per questo le premiazioni di quest’anno rischiano di trasformarsi in un problema serio, se non proprio in un pasticcio. E quando i premi finiscono per influire anche sugli stipendi, il rischio di far perdere credibilità al meccanismo è tutt’altro che teorico.



