Un’alleanza utile, almeno finché dura

A Budapest, Viktor Orbán continua a presentarsi come l’uomo forte capace di tenere insieme sovranità nazionale, diffidenza verso Bruxelles e simpatia per il mondo MAGA. Una combinazione che, in questo momento, gli serve parecchio. E che torna al centro del dibattito mentre si avvicinano le elezioni di domenica.

JD Vance ha attaccato i "burocrati" di Bruxelles accusandoli di intromettersi nella politica ungherese. Nel frattempo, il rivale di Orbán ha puntato il dito contro la Casa Bianca, sostenendo che anche Washington stia interferendo nella campagna. Insomma, quando si parla di Ungheria, nessuno sembra voler restare fuori dalla stanza, almeno a parole.

Un sistema costruito per resistere

Il problema per chi vuole scalzare Orbán non è solo vincere un voto. Il premier ha piazzato fedelissimi nei punti chiave delle istituzioni pubbliche, creando ostacoli in grado di frenare bilanci e leggi di qualsiasi nuovo primo ministro.

È un dettaglio poco romantico, ma decisivo. Anche se l’opposizione riuscisse a fare strada alle urne, il passaggio di potere non sarebbe affatto lineare. L’architettura dello Stato, in pratica, è stata modellata per rendere la successione più difficile del necessario. Una piccola finezza istituzionale, se per finezza intendiamo un sistema pensato per restare dove si trova.

Perché le elezioni sono considerate sbilanciate

I rivali del premier sostengono da tempo che il controllo di Orbán su apparato statale e media gli consenta di influenzare il voto a proprio favore. In un contesto del genere, parlare di competizione pienamente equa suona ottimistico.

Le accuse non riguardano solo l’accesso ai mezzi di comunicazione o alle risorse pubbliche, ma anche il modo in cui il potere viene distribuito e protetto. Secondo gli oppositori, il risultato è un campo da gioco inclinato, nel quale chi governa parte sempre un passo avanti. Un modello che, a sorpresa, non rassicura molto gli avversari.

Da dissidente liberale a beniamino MAGA

Il percorso politico di Orbán ha cambiato parecchie direzioni nel tempo. Da dissidente liberale è diventato un punto di riferimento per la destra populista internazionale, fino a conquistarsi l’attenzione del mondo MAGA.

Nel frattempo, ha riportato Budapest più vicina all’orbita di Mosca, rafforzando il proprio legame con Vladimir Putin. È una trasformazione che racconta bene la sua strategia: stare nel mezzo di più correnti, prenderne il sostegno quando conviene e presentarsi come difensore della nazione contro tutti gli altri.

Per Orbán, il momento attuale è quindi una prova doppia. Da una parte deve difendere il proprio dominio interno. Dall’altra cerca di capitalizzare l’appoggio della galassia MAGA, che gli offre visibilità e copertura politica. Se sia una mossa brillante o soltanto l’ultima carta disponibile, lo diranno gli elettori. E, con un po’ di fortuna, anche le istituzioni che lui ha già sistemato con tanta cura.