Khalil al-Hayya leader di Hamas significa mettere al vertice un uomo che incarna due esigenze difficili da conciliare: mantenere il rapporto con l’Iran e condurre negoziati sostenuti dagli Stati Uniti. A 65 anni, dopo aver perso la moglie, diversi figli e altri familiari negli attacchi israeliani, al-Hayya eredita un movimento indebolito dalla guerra, dall’esilio e da una frattura interna che dura da oltre un decennio.

Hamas ha annunciato la sua elezione il 20 luglio, indicandolo come successore di Yahya Sinwar, ucciso a Gaza nell’ottobre 2024. Reuters, AFP, The National e Al Jazeera hanno confermato la scelta. Al-Hayya faceva parte del consiglio di cinque membri che aveva guidato collettivamente l’organizzazione dopo la morte di Sinwar.

Come si è svolta davvero l’elezione

Il risultato appare chiaro, il conteggio molto meno. Secondo la ricostruzione pubblicata nell’articolo originale, al-Hayya avrebbe battuto l’ex capo dell’ufficio politico Khaled Meshaal per 35 voti a 34. Hamas, però, non ha diffuso alcun dato ufficiale e si è limitata ad annunciare l’elezione.

Esistono inoltre versioni incompatibili sulla votazione. Al Manassa aveva riferito a maggio di un risultato preliminare vicino al 65 per cento per al-Hayya e al 35 per cento per Meshaal, con il blocco della Cisgiordania decisivo. Il 16 luglio Al Jazeera scriveva invece che il ballottaggio non si era ancora tenuto. Non è quindi possibile stabilire pubblicamente se il dato di maggio fosse provvisorio, quali organismi abbiano partecipato alle diverse fasi o come si sia arrivati all’eventuale margine di un solo voto. La matematica interna, per ora, è meno trasparente della proclamazione.

Il contrasto tra le versioni non cambia il nome del vincitore, ma pesa sulla sua autorità. Un successo netto avrebbe indicato una scelta strategica condivisa. Un 35 a 34 descriverebbe invece un’organizzazione quasi divisa a metà, proprio mentre deve decidere quanto affidarsi a Teheran e quale spazio lasciare alla diplomazia.

Perché al-Hayya unisce Iran e negoziati

Nato a Gaza e attivo in Hamas fin dalla fase iniziale del movimento, al-Hayya è stato a lungo il vice di Sinwar. Vive da anni a Doha, mantiene buoni rapporti con l’Iran e appartiene alla corrente generalmente considerata più vicina a Teheran. Allo stesso tempo, è il principale negoziatore di Hamas per il cessate il fuoco.

The National riferisce che ha guidato colloqui in Egitto e Qatar sul piano di pace sostenuto dagli Stati Uniti. È inoltre sopravvissuto a diversi tentativi israeliani di ucciderlo. La sua storia personale riassume così il costo umano del conflitto, mentre il suo ruolo politico mostra la contraddizione centrale della nuova leadership: il dirigente vicino all’Iran è anche quello incaricato di trattare attraverso mediatori alleati di Washington.

Questa combinazione potrebbe renderlo utile a fazioni diverse. Può parlare con Teheran senza apparire estraneo all’ala militare di Gaza, ma conosce anche i tavoli negoziali e gli interlocutori regionali. Oppure potrebbe scontentare entrambi i campi, un rischio piuttosto comune quando si eredita un’organizzazione in guerra e senza una linea pienamente condivisa.

Come la guida di Hamas passò da Gaza all’esilio

Quando Hamas nacque nel dicembre 1987, la posizione del capo aveva meno peso di oggi. Il movimento derivava dalle strutture dei Fratelli Musulmani presenti a Gaza, nella Cisgiordania occupata, in Giordania e nelle comunità palestinesi del Golfo.

Il 9 dicembre 1987, l’ufficio esecutivo dei Fratelli Musulmani a Gaza decise di trasformare l’organizzazione locale nel Movimento di resistenza islamica. Ne facevano parte Sheikh Ahmed Yassin, Abdulaziz al-Rantissi, Salah Shihada, Abdulfattah Dukhan, Muhammad Sham’ah, Ibrahim al-Yazuri e Issa al-Nashar.

Le successive operazioni israeliane e gli arresti di massa eliminarono gran parte dei primi due livelli della dirigenza. Mousa Abu Marzouk, allora impegnato in un dottorato negli Stati Uniti, fu inviato a Gaza per ricostruire l’organizzazione. In seguito si trasferì in Giordania e divenne capo dell’ufficio politico, fino all’arresto all’aeroporto John F. Kennedy di New York nel 1995.

Khaled Meshaal gli subentrò e mantenne l’incarico fino al 2017. Sotto la sua guida, Hamas organizzò tre grandi aree politiche, Gaza, Cisgiordania e diaspora, ciascuna con un proprio consiglio della Shura e una struttura esecutiva. Il sistema distribuiva il potere, ma moltiplicava anche competenze sovrapposte e interessi concorrenti.

Quando il rapporto con l’Iran divise il movimento

Dopo l’espulsione dalla Giordania alla fine degli anni Novanta, la dirigenza di Hamas si stabilì a Damasco per circa undici anni. In quel periodo si rafforzò il cosiddetto asse della resistenza, formato da Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e Jihad islamica palestinese. Teheran fornì sostegno finanziario e militare, senza però ottenere durante l’era Meshaal lo stesso grado di influenza esercitato su Hezbollah.

La Primavera araba ruppe quell’equilibrio. Hamas sostenne le rivolte popolari e respinse le pressioni iraniane affinché appoggiasse il governo siriano nella repressione della rivolta. La leadership lasciò quindi Damasco per Doha, rinunciando a una sede che le aveva garantito relazioni e risorse.

Nello stesso periodo scadeva il secondo mandato di Meshaal. Le regole interne avrebbero dovuto impedirgli di candidarsi ancora, mentre Ismail Haniyeh, suo vice con base a Gaza, puntava alla successione. Hamas modificò invece le norme e confermò Meshaal per un terzo mandato, aprendo una crisi interna destinata a durare.

Dopo il colpo di Stato in Egitto e la sconfitta politica di gran parte delle rivolte arabe, Hamas subì pressioni sia dai governi arabi contrari a quelle mobilitazioni sia dall’Iran, irritato per la rottura sulla Siria. Quando Haniyeh sostituì infine Meshaal, le difficoltà finanziarie erano ormai profonde. Secondo la ricostruzione dell’articolo originale, Teheran indirizzò gli aiuti verso i settori più vicini all’Iran, riducendo le risorse disponibili per la rete della diaspora legata a Meshaal.

Quale mandato eredita il nuovo capo

Non risultano reazioni pubbliche verificate di Meshaal, del governo iraniano o delle autorità israeliane alla nomina. Il silenzio lascia aperta la questione più importante: al-Hayya userà il nuovo incarico per consolidare la corrente filoiraniana o cercherà un compromesso con l’area guidata dal suo rivale?

Il malessere interno non riguarda soltanto le alleanze regionali. A febbraio Ahmed Yousef, già consigliere di Hamas, aveva dichiarato a Le Monde: «Abbiamo perso tutto, la lotta armata è fallita». È una valutazione contestata all’interno del movimento, ma rende visibile la distanza tra la retorica della continuità e il bilancio umano e politico lasciato dalla guerra.

Al-Hayya deve ora tenere insieme dirigenti di Gaza, Cisgiordania e diaspora, preservare il sostegno iraniano e gestire trattative dalle quali dipendono vite, ostaggi e prospettive di cessate il fuoco. La sua esperienza gli offre contatti su tutti questi fronti. Non gli garantisce però un consenso stabile.

Se il margine di un voto verrà confermato, la nuova guida partirà senza un mandato dominante. Anche se il risultato fosse stato più ampio, resterebbe la stessa prova: trasformare una vittoria interna in una linea politica che un movimento frammentato possa davvero seguire.