Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich sostiene che Israele non abbia interesse a entrare nella rinnovata guerra USA-Iran. Parlando il 21 luglio a una conferenza a Yad Binyamin, ha detto che l’attuale scontro e la pressione economica su Teheran favoriscono il suo Paese, pur precisando che Israele resta «pronto a ogni scenario».
La dichiarazione non equivale a un gesto di distensione verso l’Iran. Indica piuttosto che, secondo Smotrich, lasciare agli Stati Uniti il peso immediato della nuova campagna militare offre a Israele vantaggi strategici senza aggiungere un altro fronte diretto. Almeno per ora.
Perché la posizione di Smotrich non chiude il dibattito
Nelle ore successive non sono emerse indicazioni di un ripensamento israeliano. La prudenza espressa dal ministro, però, convive con segnali decisamente più aggressivi provenienti da altri vertici del Paese.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele tornerebbe a combattere contro l’Iran «con una forza ancora maggiore», se necessario. In precedenza, il Jerusalem Post aveva riferito che gran parte degli alti funzionari delle Forze di difesa israeliane e del Mossad era contraria a un possibile accordo con Teheran e preferiva mantenere le sanzioni.
Il contrasto riguarda quindi soprattutto tempi e strumenti. Smotrich non sostiene che la minaccia iraniana sia diminuita, ma che Israele possa beneficiare della pressione americana senza partecipare subito alla fase attuale dei bombardamenti. È una distinzione sottile, ma in guerra anche le distinzioni sottili finiscono rapidamente nei piani operativi.
Cosa sta accadendo nello Stretto di Hormuz
Secondo l’Associated Press, gli Stati Uniti sono arrivati alla decima notte consecutiva di attacchi destinati a ridurre le capacità iraniane impiegate contro il traffico navale nello Stretto di Hormuz. L’Iran, intanto, ha colpito o minacciato navi e preso di mira Kuwait, Giordania e Bahrein.
Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio 2026, sono morti 17 militari statunitensi. Nella prima fase, le forze americane e israeliane avevano attaccato obiettivi fissi già individuati prima dell’avvio delle operazioni.
David Schenker, ricercatore del Washington Institute, ha dichiarato all’Associated Press che Washington ha colpito circa 13.000 obiettivi nelle prime sei settimane senza costringere l’Iran alla resa. Il dato mostra il limite della superiorità militare quando l’avversario conserva abbastanza capacità per interrompere le rotte commerciali.
Donald Trump ha avvertito che Teheran pagherà «molte volte tanto» per ogni soldato americano ucciso. L’ex diplomatico statunitense Alan Eyre ritiene invece che l’amministrazione non disponga ancora di una strategia d’uscita coerente.
Quanto conviene davvero a Israele restare fuori
Prima della guerra, attraverso Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale scambiati a livello mondiale. Durante il conflitto il prezzo del petrolio ha raggiunto i 120 dollari al barile, per poi scendere nettamente. La pressione su Teheran può dunque favorire Israele sul piano strategico, ma una crisi prolungata nello stretto aumenta i costi energetici e l’instabilità regionale per tutti.
Christopher Preble, studioso dello Stimson Center, ha osservato che gli Stati Uniti potrebbero continuare a bombardare mentre l’Iran mantiene comunque mezzi sufficienti per lasciare Hormuz sostanzialmente chiuso. In questo scenario, il vantaggio descritto da Smotrich avrebbe limiti evidenti: l’Iran resterebbe sotto attacco, ma senza rinunciare alla leva economica rappresentata dalla navigazione.
La posizione israeliana appare quindi più tattica che pacifista. Smotrich vuole evitare un nuovo coinvolgimento diretto mentre gli Stati Uniti sostengono il costo militare della campagna. Katz e una parte dell’apparato di sicurezza ricordano però che Israele è pronto a intervenire di nuovo. La distanza tra queste due linee dipenderà soprattutto da ciò che accadrà a Hormuz, non dalle formule prudenti usate in una conferenza.




