Attenzione: questo articolo contiene spoiler importanti sui primi tre episodi di The Testaments.

June era il vero segreto da proteggere

Chi arrivava a The Testaments dopo The Handmaid’s Tale aveva una domanda piuttosto semplice, e quindi inevitabilmente complicata: che fine avrebbe fatto June?

Il personaggio reso celebre da Elisabeth Moss chiudeva la serie madre con una missione ancora aperta, cioè non smettere di cercare Hannah, la figlia maggiore portata via da Gilead. June prometteva di continuare la lotta nell’ombra, restando legata alla resistenza Mayday. E da lì in poi, il silenzio assoluto. Un piccolo miracolo, se si considera quanto sia difficile nascondere una presenza del genere in una produzione televisiva contemporanea.

Adesso il dubbio è risolto: June è tornata. Il suo rientro viene rivelato negli ultimi minuti della première, con quello che il creatore Bruce Miller descrive come un ingresso da supereroina. Il collegamento con la nuova storia emerge poi nel terzo episodio, quando June diventa la referente di Mayday per Daisy, il nuovo personaggio interpretato da Lucy Halliday. Daisy entra a Gilead come una “Pearl girl” sotto copertura e finisce per avvicinarsi ad Agnes, la figlia rapita di June, interpretata da Chase Infiniti. Per ora, però, non è chiaro se June sappia davvero di aver mandato Daisy proprio nel luogo in cui sua figlia sta crescendo.

Perché June doveva esserci

Parlando con The Hollywood Reporter, Miller ha spiegato che la presenza di June era stata pensata già dall’inizio. Secondo lui, la chiusura di The Handmaid’s Tale lasciava comunque conti aperti, e se si fosse tornati nel mondo di Gilead sarebbe stato naturale chiedersi che cosa stesse facendo June nel frattempo. La risposta, insomma, era che non si era affatto ritirata dal dramma.

Lo stesso valeva anche per il libro di Margaret Atwood da cui la nuova serie prende le mosse. Nella pagina, June opera dall’esterno, anche se non compare direttamente. Miller ha detto che questa possibilità era sempre stata sul tavolo.

C’era poi un altro motivo, molto meno misterioso: Elisabeth Moss. Miller ha ricordato che l’attrice è stata una partner creativa fondamentale in The Handmaid’s Tale, insieme a lui e a Warren Littlefield. Moss non ha soltanto recitato, ma ha anche diretto episodi e lavorato a stretto contatto con il team. In breve, secondo Miller, riportarla dentro era quasi una conseguenza naturale, non un colpo di scena costruito a tavolino. Non serviva inventare una serie intera su June. Bastava farla entrare nel punto giusto della storia giusta.

Convincere Elisabeth Moss? Non proprio un’impresa

Alla domanda se Moss avesse avuto bisogno di essere persuasa, Miller ha risposto senza troppi giri di parole: no, non particolarmente. L’attrice, ha detto, è stata entusiasta di tornare, e lui ne è stato felicissimo.

Miller ha anche ammesso che osservare Moss nel ruolo di June continua a essere uno dei piaceri più grandi della sua carriera. Il ritorno del personaggio, ha aggiunto, si lega bene a quel senso di “affari lasciati in sospeso” che è parte stessa della serie. Del resto, sarebbe stato piuttosto strano seguire Agnes, preoccupata all’idea di chi fosse davvero sua madre, senza vedere mai la madre in questione.

Il problema molto poco glamour della logistica

Ovviamente, oltre alla narrativa esiste anche quella piccola seccatura chiamata realtà. Miller ha spiegato che la quantità di episodi in cui June può comparire dipende sia dalla storia sia dagli impegni di Moss, che in questo periodo è impegnata in molti altri progetti.

La soluzione è stata un continuo aggiustamento tra esigenze artistiche e limiti pratici. Prima si decideva cosa dovesse fare June nella trama, poi si incastrava tutto con i tempi di ripresa. Moss doveva essere fisicamente presente sul set, perché, sorpresa, le scene televisive non si girano via videoconferenza. Una volta capito per quanto tempo sarebbe stata disponibile, Miller ha potuto stabilire in quanti episodi usarla e in quali momenti inserirla.

Il suo obiettivo, però, era chiaro: anche dentro una pianificazione molto concreta, quelle scene dovevano avere un peso enorme. Dovevano sembrare importanti, quasi solenni. O, per dirla in modo meno solenne, non potevano sembrare una comparsata fatta di corsa tra due riunioni.

Tenere il segreto: copioni, nomi in codice e un po’ di ossessione

Il ritorno di June non era stato anticipato pubblicamente, e Miller ha confermato che la produzione ha lavorato duramente per tenerlo nascosto. June è stata coperta nei copioni, e sul set ha avuto anche un nome in codice. Miller non ha voluto rivelarlo, precisando solo che non era “Rocket Woman”, il soprannome usato per lei in The Handmaid’s Tale.

Secondo il creatore, il punto era semplice: il primo incontro con una rivelazione del genere va vissuto una volta sola. Lui, Moss e Warren Littlefield condividono un gusto abbastanza classico per il colpo di scena e per il finale in sospeso. Miller ha scherzato sul fatto che Margaret Atwood si prende spesso gioco della sua passione per il dramma, mentre Moss, a suo dire, ha un talento particolare nel capire quanto possa essere utile un segreto tenuto bene.

Il ritorno di June come figura quasi mitologica

La sequenza finale della première, in cui June viene mostrata gradualmente, è stata costruita insieme al regista Mike Barker e alla direttrice della fotografia Greta Zozula, che hanno curato i primi tre episodi della serie.

Miller ha spiegato che Barker ha dato al progetto un’identità visiva capace di portarlo oltre The Handmaid’s Tale senza perdere bellezza o tensione. L’idea era far sentire la presenza di June prima ancora di mostrarla davvero. In fondo, il suo peso attraversa tutta la serie, anche quando non è inquadrata.

Per questo il personaggio viene introdotto quasi come una presenza leggendaria. Chi ha seguito la serie madre la riconosce subito, anche solo dal modo in cui sta in piedi. Chi invece entra per la prima volta in questo universo deve poter arrivare alla storia senza inciampare in un muro di informazioni. Il passaggio alla trama di Agnes e Daisy deve funzionare da solo.

Lydia, le reti clandestine e la vecchia abitudine di non dirsi tutto

Uno degli interrogativi più immediati riguarda Aunt Lydia, interpretata da Ann Dowd. I primi episodi non chiariscono se conosca davvero l’identità di Agnes o se sia in qualche modo in contatto con June. Miller, però, ha lasciato intendere che il mistero è intenzionale.

Ha detto di aver studiato il funzionamento reale delle reti di resistenza clandestine, dove spesso le persone sanno pochissimo di chi si trova dall’altra parte della catena. È una scelta di sicurezza, perché sapere troppo espone tutti al rischio. Se fossi Lydia, ha osservato con una certa logica glaciale, non diresti certo a June dove si trova tua figlia. June reagirebbe in modo imprevedibile, e il caos non è esattamente un bene per le operazioni segrete.

Questa frammentazione, secondo Miller, è il motivo per cui movimenti del genere riescono a sopravvivere. I contatti restano limitati, le informazioni sono compartimentate e nessuno ha bisogno di sapere tutto.

Nel caso di Lydia e June, però, la situazione è diversa. Le due si sono riviste nel finale di The Handmaid’s Tale e sanno entrambe che l’altra esiste ancora, da qualche parte. Hanno abbastanza storia alle spalle da capire quanto fidarsi e quanto trattenersi. E proprio questo, suggerisce Miller, rende il loro rapporto interessante da osservare. Lydia, in particolare, sembra sorvegliare Agnes da molto tempo, e quando dice di averla osservata a lungo, Agnes risponde con la prevedibile espressione di chi capisce di essere già entrata nel mirino di qualcuno.

The Testaments è disponibile ora con i primi tre episodi. I nuovi episodi arrivano ogni martedì alle 21.00 PT e a mezzanotte ET su Hulu.