Dal diesel al sole, con un certo ritardo ma anche con una certa logica

Nel villaggio remoto di Dasht, nel sud del Balochistan, Karim Baksh si china su un piccolo canale d’acqua e lo guida con le mani verso i suoi campi di angurie. Oggi il sistema funziona con l’energia del sole. Fino a pochi anni fa, invece, dipendeva da una pompa alimentata a diesel che tirava su l’acqua dal sottosuolo.

La svolta è arrivata dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, quando i prezzi del carburante sono saliti e il diesel è diventato troppo caro per l’uso quotidiano. Baksh racconta che, a quel punto, far funzionare la pompa ogni giorno era semplicemente impossibile.

Con meno acqua disponibile, le angurie hanno iniziato a soffrire. In alcune stagioni ha persino ridotto la superficie coltivata. La formula è spartana, ma precisa: senza acqua non c’è raccolto, senza raccolto non c’è denaro.

Nel 2023 ha deciso di fare una scommessa che allora sembrava rischiosa. Ha preso in prestito 300.000 rupie pakistane, circa 1.075 dollari, da parenti e amici e ha installato una fila di pannelli solari accanto al campo. Tre anni dopo, quella scelta si è trasformata in un piccolo vantaggio strategico, e non solo per lui.

Ora, mentre il caldo di Dasht può arrivare a 51 gradi Celsius nei mesi peggiori, la pompa continua a funzionare senza diesel. Baksh può irrigare senza interruzioni. E, con una certa soddisfazione molto comprensibile, dice che ormai non gli importa se il prezzo del carburante sale.

Una vulnerabilità molto grande, e un riparo improvvisato

La sua storia racconta qualcosa di più vasto: il Pakistan resta esposto agli shock energetici globali, ma il boom del solare sta offrendo al Paese una protezione parziale proprio mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi dell’energia nel mondo.

Il Pakistan dipende ancora molto dalle rotte internazionali. Circa l’80 per cento delle sue importazioni di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo stretto ma decisivo tra Iran e Oman. Inoltre, il 99 per cento del gas naturale liquefatto che usa proviene da Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo un recente rapporto del Council on Foreign Relations, se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per diversi mesi il Pakistan potrebbe trovarsi in forte difficoltà energetica. Il Paese ha infatti capacità di stoccaggio limitate. Una riduzione delle forniture di gas alle centrali elettriche e alle industrie ad alta intensità energetica potrebbe tradursi rapidamente in blackout, chiusure di fabbriche e problemi per servizi pubblici, trasporti e famiglie.

Eppure, nel silenzio di tetti, fattorie e cortili, si è sviluppata una trasformazione meno vistosa ma molto utile: i pannelli solari stanno cambiando il modo in cui il Paese produce e consuma energia, riducendo un po’ la sua vulnerabilità alle turbolenze esterne.

Uno studio recente di Renewables First e del Centre for Research on Energy and Clean Air mostra che, dal 2018, il boom del solare sui tetti ha permesso al Pakistan di risparmiare oltre 12 miliardi di dollari in importazioni di carburante. Ai prezzi attuali di mercato, il risparmio per quest’anno potrebbe arrivare a circa 6,3 miliardi di dollari.

Non si tratta del risultato di un piano nazionale coerente e ben cucito, dettaglio che sarebbe quasi sospetto. È piuttosto la somma di milioni di decisioni individuali: agricoltori che abbandonano il diesel, famiglie che cercano elettricità affidabile, imprese che vogliono evitare interruzioni continue.

Secondo EMBER, il peso del solare nel mix energetico nazionale è passato dal 2,9 per cento del 2020 al 32,3 per cento nel 2025.

Rabia Babar, responsabile dei dati energetici di Renewables First, osserva che tutto questo ha ridotto le importazioni di petrolio. La “rivoluzione solare” pakistana, dice, non è stata progettata a Islamabad ma costruita sui tetti. E, con le tensioni nello Stretto di Hormuz ancora alte, quei pannelli stanno diventando una delle strategie più efficaci per la sicurezza energetica del Paese.

Una soluzione utile, ma non per tutti

Nelle città più grandi come Lahore e Karachi, i pannelli sui tetti sono ormai una presenza familiare. Per molte famiglie della classe media, passare al solare è una scelta insieme economica e pratica: l’investimento iniziale può rientrare in pochi anni, poi l’energia prodotta dai pannelli è gratuita. Se c’è di più, può essere immessa nella rete nazionale e trasformarsi in un piccolo guadagno.

Secondo un sondaggio di Gallup Pakistan del 2023, circa il 15 per cento delle famiglie pakistane, cioè circa 4 milioni di nuclei, usava il solare in qualche forma. Nel 2025, secondo un’indagine del Pakistan Bureau of Statistics, la quota è salita al 25 per cento.

Sul fronte della misurazione netta, i dati governativi indicano che il numero di famiglie che immettono l’eccesso di energia nella rete ha superato le 280.000 unità ed è in forte crescita ogni anno. Questo sistema consente a chi produce più elettricità di quella che consuma di ricevere crediti da usare quando serve energia non solare.

Il problema, però, è che i benefici si concentrano soprattutto tra i pakistani benestanti e della fascia medio-alta. Installare un impianto costa parecchio: da alcune centinaia di migliaia a oltre un milione di rupie, a seconda della dimensione del sistema e delle batterie. Per chi vive con meno margine, è una soglia semplicemente fuori portata.

Una volta installato, l’impianto fa crollare la bolletta. Le aziende commerciali e industriali sono tra le principali beneficiarie, perché usano il solare anche per proteggersi dai blackout e ridurre i costi dell’energia. Il risultato è che diventano più competitive, soprattutto nei settori orientati all’export.

Anche in campagna il solare ha cambiato molto. In Balochistan e nel Punjab, diversi agricoltori usano pozzi tubolari alimentati dal sole per l’irrigazione: così hanno acqua più affidabile e non devono inseguire il prezzo del diesel, che cambia di continuo come se fosse un’abitudine nazionale.

Ma nelle aree urbane e rurali più povere il rischio è di restare indietro. E non solo per il costo d’ingresso.

Gli utenti della misurazione netta prendono energia dalla rete di notte o quando il sole non c’è, ma non pagano gran parte dei costi fissi del sistema elettrico nazionale. In pratica, questo significa che i consumatori senza solare, inclusi molti pakistani poveri, finiscono per sovvenzionare l’uso limitato della rete da parte di chi ha i pannelli.

Secondo alcune stime, la misurazione netta avrebbe già spostato un peso finanziario di 159 miliardi di rupie, circa 570 milioni di dollari, sui consumatori collegati alla rete. E la cifra potrebbe crescere ancora in modo significativo.

Per questo diversi esperti temono che il Pakistan stia creando un sistema energetico a due livelli: uno per chi ha il solare e uno per tutti gli altri.

Il capitolo cinese, inevitabile come una bolletta

La maggior parte dei pannelli installati in Pakistan arriva dalla Cina, che controlla circa l’80 per cento della catena di fornitura globale del solare e produce una quota enorme di wafer, celle e pannelli, secondo l’International Energy Agency.

Anche le batterie al litio cinesi stanno entrando con forza nel mercato pakistano. Servono a immagazzinare l’energia prodotta di giorno per usarla di notte, riducendo ancora di più la dipendenza dalla rete nazionale. Con il calo dei prezzi, sempre più persone scelgono impianti con batterie abbinate.

Il ritmo della crescita è impressionante. Le importazioni solari, perlopiù dalla Cina, erano sotto 1 gigawatt nel 2018. All’inizio del 2026 sono arrivate a 51 gigawatt, rendendo il Pakistan uno dei mercati solari più rapidi al mondo.

Un ingegnere elettrico dell’Università di Turbat, che ha chiesto di restare anonimo perché non autorizzato a parlare con i media, lo riassume così: il boom del solare pakistano non è solo una storia pakistana, è anche una storia cinese. I pannelli a basso costo stanno cambiando il settore delle rinnovabili in molti Paesi in via di sviluppo.

I prezzi, del resto, sono crollati negli ultimi dieci anni grazie alla produzione di massa e alla concorrenza globale. All’inizio degli anni 2010, un pannello costava tra 100 e 120 rupie per watt. Oggi il prezzo è sceso a circa 30 rupie per watt. Un impianto domestico da 3 kW costa in media circa 450.000 rupie, mentre i sistemi commerciali più grandi possono arrivare a 2.200.000 rupie.

Il calo dei prezzi dei moduli solari si è intrecciato con un periodo di scarsità elettrica, tariffe in aumento e rincari globali del petrolio dopo la guerra in Ucraina. Per famiglie, imprese e agricoltori che potevano permettersi l’investimento iniziale, il solare è diventato un’alternativa concreta.

Anche le batterie al litio hanno seguito la stessa traiettoria discendente. I prezzi, soprattutto quelli dei prodotti cinesi, sono scesi del 20 per cento solo nel 2024, secondo l’IEA. Questo ha reso più facile accumulare energia durante il giorno e usarla la sera, quando la rete è più incerta.

Ma l’ingegnere dell’Università di Turbat mette in guardia da un altro tipo di dipendenza. Se il Pakistan non produce pannelli in casa, rischia di sostituire la dipendenza dai combustibili con una dipendenza dalla tecnologia importata. Il problema cambia forma, ma non sparisce. Che sorpresa.

Il governo cambia idea, Baksh no

Anche l’atteggiamento dello Stato è stato altalenante. Nel 2015 il governo pakistano ha introdotto una politica di misurazione netta per promuovere le rinnovabili e permettere ai cittadini di vendere elettricità alla rete a circa 25 rupie per unità. Ha anche eliminato alcune tasse sulle importazioni di pannelli, rendendo gli impianti più economici. Quelle misure hanno aiutato il mercato a crescere rapidamente.

Poi, quando le installazioni sono aumentate, il governo ha iniziato a preoccuparsi per l’impatto finanziario sul settore elettrico. Di recente ha ridotto la tariffa di riacquisto per i nuovi utenti della misurazione netta a circa 10 rupie per unità.

Per gli agricoltori come Baksh, però, questi cambiamenti restano lontani quanto bastano a non aiutarli troppo. A Dasht prepara le angurie per il trasporto, caricandole su pickup e camion diretti ai mercati di Turbat e Gwadar.

I prezzi del carburante continuano a oscillare e il trasporto resta incerto. Ma una parte del suo lavoro non dipende più dagli eventi globali.

Baksh spera di comprare altri pannelli, coltivare più angurie nella prossima stagione e spingerle verso mercati ancora più grandi, a Quetta e Karachi. E conclude, con una calma che il mercato energetico internazionale non merita affatto: l’acqua continua a scorrere comunque.