Un sentimento comune tra chi ha combattuto dopo l'11 settembre: la crisi con l'Iran suona come una vecchia canzone stonata che non vorremmo mai riascoltare.

«Ci usano come pedine»

Brandon Waithe, ex master sergeant dell'Air Force con missioni in Iraq e Afghanistan, non usa giri di parole: "C'è la sensazione che il governo ci stia usando come pedine", dice. "Ci vogliono mandare in guerra, ma non vogliono pagare il prezzo di quello che accade dopo."

La memoria delle guerre post-11 settembre

Dal 2001 gli Stati Uniti hanno lanciato campagne militari estese in Iraq e Afghanistan con l'obiettivo di sradicare minacce terroristiche dopo gli attacchi dell'11 settembre. Queste operazioni sono durate anni e hanno lasciato dietro di sé conseguenze profonde: oltre 7.000 soldati morti, alcuni colpiti da armi e gruppi finanziati dall'Iran. Le truppe sono uscite dall'Afghanistan nel 2021 e i talebani hanno riconquistato il potere poco dopo. Come sintetizza Phil Klay, veterano del Marine Corps: il ritiro ha lasciato anni di guerra civile, morti in massa e terrorismo che si è espanso.

Il peso della futilità

Per molti di questi veterani resta difficile spiegare il senso di quegli sforzi. Jason Dempsey, ex ufficiale di fanteria che ha combattuto in Iraq e Afghanistan, osserva che la sua generazione è più cauta nell'usare la forza rispetto ai veterani dell'epoca del Vietnam: "C'è un senso più forte di malinconia e delusione per questa nuova iterazione di quello che stiamo facendo ora".

Maggie Seymour, che ha servito nei Marines tra Iraq, Afghanistan e Kuwait, racconta la sua reazione immediata agli attacchi aerei contro l'Iran: "Ma mi stai prendendo in giro?". Keegan Evans, ex pilota di elicotteri dei Marines, si concentra sulle vittime: "Persone vengono uccise. Figli, figlie, fratelli, padri. Non tornano a casa. E la domanda legittima: a cosa serve tutto questo?"

Poca fiducia nelle soluzioni militari immediate

Molti veterani sono scettici riguardo al cambio di regime supportato dagli Stati Uniti e non credono che un semplice raid aereo risolva problemi complessi. Per loro la diplomazia conta molto di più del gesto bellico spettacolare. Le conseguenze del combattimento durano molto più di un ciclo di notizie: una vittoria tattica immediata non garantisce il successo in una guerra prolungata. Serve una strategia a lungo termine, non gesti impulsivi.

Chris Purdy, ingegnere combattente dell'esercito dispiegato in Iraq, mette le cose in prospettiva con sarcasmo amaro: "Questo rende la pianificazione della guerra in Iraq un grande disegno strategico". Evans aggiunge che gli Stati Uniti sono spesso "precipitati nelle cose come un gruppo di bambini che giocano a calcio". Seymour conclude: "Questa operazione agisce senza pensare, e purtroppo è il copione che abbiamo visto in molte guerre".

Non tutti la pensano allo stesso modo

La comunità dei veterani non è uniforme. Ci sono figure di alto profilo che hanno servito in Iraq e Afghanistan e che ora occupano posizioni nel governo. Ma per molti ex combattenti la questione è più personale: guardano indietro a vent'anni di guerra e vedono piani spesso mal concepiti ed esecuzioni peggiori. Dempsey parla di un raddoppiare sugli errori peggiori, e definisce la sensazione "immensamente deprimente".

Jackie Schneider, veterana dell'Air Force e analista, riassume il dubbio che pesa su molti: "Ci siamo arruolati nel 2001 pensando di fare qualcosa di grande. I risultati sono complicati e poco chiari. Abbiamo davvero raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati?" Per molti veterani, non esiste una risposta soddisfacente, e questo è devastante.

Numeri, azioni e incertezze

Il Dipartimento della Difesa non ha risposto alle richieste di commento. Nel frattempo, la seconda presidenza dell'amministrazione in carica è stata segnata da una serie di azioni militari rapide: raid contro presunti impianti nucleari e arresti di leader stranieri sono stati citati come esempi di un approccio aggressivo. Le ragioni addotte per le operazioni contro l'Iran sono variate con il tempo: cambio di regime, minacce nucleari, programmi missilistici nascosti.

Dall'altro lato, funzionari iraniani hanno dichiarato che il paese continuerà a combattere per la sua gente. Finora, i numeri riportati parlano di oltre 1.000 morti in Iran e di sette soldati americani caduti in azione. I veterani temono che il conteggio delle vittime aumenterà.

La domanda che pesa

Jason Dempsey riassume la domanda che molti si fanno ora: vale la pena rischiare la propria vita, o quella di un amico o di un familiare, per una causa che il presidente fatica a spiegare?

Nei giorni recenti Cynthia Kao, ex riservista dell'Air Force, ha ricevuto decine di telefonate dalla sua rete di veterani. L'ansia è palpabile. Alcuni riservisti temono di essere trattati come "carne da cannone". "Non ho paura di morire per il mio paese", dice che le è stato ripetuto, "ho paura di morire per qualcuno che ha un suo tornaconto".

Conclusione

Per chi ha visto da vicino i teatri di guerra post-11 settembre, la scena con l'Iran non è nuova. È una combinazione difficile di rabbia, delusione e stanchezza. Chiedono meno enfasi sul gesto militare spettacolare e più attenzione a una strategia pensata e sostenibile. Non è cinismo: è la memoria di chi ha pagato il prezzo in carne e sangue.