La campagna di attacchi aerei condotta dagli Stati Uniti e da Israele sull'Iran è ormai nella sua terza settimana. I conti economici e umani si accumulano, lo scopo dell'operazione appare sempre più confuso e le possibili vie d'uscita sembrano sfuggire. Invece di rassegnarsi, è urgente insistere perché questa guerra finisca.

Perché questa guerra è illegittima e poco convincente

L'Iran non stava conducendo un attacco reale o imminente che potesse giustificare un conflitto difensivo. L'amministrazione statunitense ha provato a sostenere una tesi preventiva: limitare il programma missilistico iraniano e ostacolare la corsa verso l'arma nucleare. Ma il diritto internazionale non consente guerre per mera prevenzione: sarebbe la porta aperta a conflitti senza fine. Anche valutando la spiegazione fatta circolare dagli artefici dell'attacco, i risultati sul campo sono stati un disastro strategico.

Com'è andata sul terreno

La distruzione dei sistemi di difesa aerea iraniani ha dato a Stati Uniti e Israele una netta superiorità nei cieli. A livello tecnico possono colpire dove vogliono. Eppure i risultati pratici sono contraddittori: da un lato Netanyahu annuncia altri obiettivi, dall'altro lo stesso Presidente USA ha ammesso che non resterebbe "praticamente nulla" da colpire.

Obiettivi strategici divergenti

  • Israele: sembra puntare a indebolire e prolungare la capacità di attacco dell'Iran, con l'idea di ritardare una possibile risposta.
  • Trump: pare più interessato a una soluzione tipo regime change, nella speranza di favorire un governo più accondiscendente verso gli interessi USA.

Queste differenze spiegano parte del caos decisionale e delle incoerenze politiche attuali.

La guerra ha rafforzato i più duri

Le azioni militari hanno avuto l'effetto opposto a quello sperato da chi auspicava una moderazione interna in Iran. Dopo l'uccisione del leader supremo Ali Khamenei nella prima azione, alcuni dirigenti moderati avrebbero potuto emergere se la morte fosse stata naturale. La violenza invece ha rafforzato i gruppi più intransigenti, che hanno scelto il figlio di Khamenei come nuovo leader. L'eliminazione di figure come Ali Larijani, riconosciuto come possibile mediatore tra fazioni, ha ulteriormente rimosso canali diplomatici che potevano portare a un cessate il fuoco.

Obiettivi militari e danni collaterali

La campagna ha ridotto parte dell'arsenale di missili a lungo raggio, ma l'Iran dispone ancora di droni e missili più piccoli che continuano a colpire basi e stati del Golfo, molti dei quali ospitano forze statunitensi. Inoltre Teheran ha usato mine e imbarcazioni veloci per bloccare parzialmente lo stretto di Hormuz, interrompendo una porzione significativa del transito globale di petrolio e gas e facendo salire i prezzi dell'energia.

Sul fronte nucleare, affermazioni di avere "distrutto" il programma non reggono: serbatoi di uranio arricchito potrebbero essere sepolti in strutture sotterranee. Recuperarli richiederebbe operazioni terrestri lunghe e rischiose, ben diverse da rapidi interventi mirati.

Vittime civili e responsabilità

Il prezzo umano è gravissimo. In uno degli episodi più tragici, un missile statunitense ha colpito una scuola elementare femminile causando la morte di circa 168 persone, per lo più bambine. L'inchiesta del Pentagono ha attribuito l'errore a dati di puntamento obsoleti, una spiegazione che non regge davanti a immagini e informazioni pubbliche che mostravano chiaramente la struttura e le aree gioco.

La legge internazionale impone agli attaccanti di adottare tutte le precauzioni possibili per evitare danni ai civili. I rapporti indicano che questo principio non è stato rispettato: programmi di valutazione dei danni civili sono stati indeboliti e, a livello politico, vi è stata una retorica che ha dato priorità alla "letality" rispetto alla legalità.

Inoltre l'attacco israeliano a circa trenta depositi di carburante aveva conseguenze civili ampie: fumi tossici e fuliggine hanno interessato milioni di persone nella capitale. Anche strutture sanitarie sono state colpite in diverse occasioni, con vittime fra gli operatori sanitari, nonostante le protezioni previste dal diritto umanitario.

Effetti politici e geostrategici

Con obiettivi vaghi, cresce il rischio che l'Iran "vinca" restando in piedi. Il regime ha dimostrato in passato di non rispettare il costo umano pur di mantenere il potere, e inviti esterni alla popolazione iraniana a sollevarsi appaiono insensibili rispetto al contesto di repressione interna.

L'Iran può rispondere con tattiche asimmetriche: colpire prezzi e approvvigionamenti energetici per influenzare l'opinione pubblica, in particolare prima di eventi elettorali negli Stati Uniti, e dimostrare la vulnerabilità degli alleati del Golfo. Queste mosse producono già effetti economici globali e alimentano il malcontento.

La reazione degli alleati occidentali è stata tiepida: il comportamento statunitense ha persino spinto alcuni paesi a considerare rapporti più stretti con la Cina. Le richieste di aiuto pratico per la protezione dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz non hanno ottenuto risposte convincenti. Proposte condizionate, come l'idea che l'impegno in alleanze difensive dipenda dall'appoggio a un'azione offensiva, hanno raffreddato ulteriormente i rapporti.

Perché fermare la guerra adesso

I costi continuano a salire: inflazione, mercati in flessione, rischi politici interni e la possibile frattura della base elettorale. La persistenza dello scontro alimenta gli estremismi, distrugge vite civili e frammenta alleanze. È tempo che gli Stati Uniti rifiutino l'illusione di una guerra senza fine e scelgano una via per uscire dal conflitto.

Conclusione: questa guerra ha già prodotto più danni che benefici strategici. Le alternative esistono e devono essere perseguite: ridurre la violenza, proteggere i civili e riportare la questione su canali diplomatici seri. Sperare che l'escalation porti a una soluzione è un azzardo che il mondo non può più permettersi.