Un team guidato dall'Università della Pennsylvania ha messo a punto nuove nanoparticelle anticancro che potrebbero aprire la strada a un'immunoterapia universale, cioè a trattamenti meno lunghi e costosi rispetto alle soluzioni altamente personalizzate di oggi. I risultati sono stati pubblicati su Nature Nanotechnology.

Cosa fanno queste nanoparticelle

Gli scienziati le descrivono come una sorta di "energy drink" per le cellule immunitarie. In pratica:

  • Frenano l'esaurimento delle cellule T, che dentro i tumori tendono a perdere efficacia.
  • Riforniscono di energia e segnali le cellule T, permettendo loro di attaccare meglio il tumore.
  • Trasportano due carichi diversi nello stesso tempo: un farmaco che blocca un enzima tumorale che indebolisce l'immunità, e una molecola di mRNA che istruisce le cellule a produrre una proteina in grado di attivare il sistema immunitario.

Lo studio è coordinato da Michael J. Mitchell e ha come primo autore Qiangqiang Shi, che spiega con un'immagine semplice che dentro un tumore le cellule T si comportano come macchine con poco carburante e il freno tirato, e che le nanoparticelle rilasciano il freno e forniscono carburante.

Risultati nei modelli animali

Negli esperimenti sui topi le nanoparticelle hanno ottenuto risultati promettenti:

  • Hanno eliminato quasi completamente il tumore del colon in circa 30 giorni.
  • Gli animali trattati sono risultati protetti dalle recidive.
  • In topi con due tumori, l'iniezione delle particelle in una massa ha provocato la regressione anche dell'altra massa non trattata.

Perché conta

L'esaurimento dei linfociti T è una delle principali sfide per l'immunoterapia, che punta a potenziare le difese del paziente invece di colpire direttamente il tumore. Se confermate in studi clinici, queste nanoparticelle potrebbero ridurre i tempi e i costi legati a terapie personalizzate, rendendo più accessibili trattamenti efficaci contro diversi tumori.

Rimane però una precisazione importante: i risultati finora sono ottenuti nei modelli animali. Serviranno ulteriori ricerche e test clinici sull'uomo prima di sapere se la stessa strategia funzionerà nella pratica clinica.