Il caso Falconero, se proprio lo vogliamo riassumere senza fare i chierichetti, è questo: uno prende sul serio il tema dell’indipendenza critica nel giornalismo e nei content creator videoludici, insiste da anni sul conflitto d’interessi, punta il dito contro sponsor, rapporti troppo stretti con publisher, accessi privilegiati, marchette mascherate da entusiasmo, e finisce per diventare lui stesso il centro della polemica, anche dentro una frattura pubblica che ha coinvolto ambienti vicini a Multiplayer.it e nello specifico la figura del Pregianza (non voglio entrare troppo nello specifico perché ho paura delle querele: non aggiunge niente di rilevante alla spiegazione). Questo, molto in breve, è il nocciolo del casino.
Un avvertimento prima di iniziare
Ora, il titolo di sto capitolo preso in prestito dal buon Pablo Trincia mi serve per fare una banale premessa; ragazzi miei, i meriti a sto Falconero (che ammetto di aver seguito poco e nulla prima di questo polverone, mea culpa) gli vanno pure dati perché altrimenti facciamo i furbetti e non sia mai, perché Il Nostro una cosa l’ha capita, l’ha capita bene, e soprattutto l’ha capita prima di tanti altri: nel gaming italiano il confine tra informazione, intrattenimento, accesso privilegiato, amicizia professionale e pubblicità è spesso stato raccontato come se fosse tutto normale, tutto pulito, tutto trasparente, quando in realtà era spesso solo una grande zona grigia con le lucine RGB sopra.
La sua insistenza sul fatto che ricevere vantaggi, mantenere rapporti troppo comodi con le aziende o fondare una parte del proprio lavoro su quel sistema possa contaminare il giudizio non è una follia: è un tema reale, legittimo, e chi lo liquida in blocco come paranoia fa il finto tonto o, più probabilmente, è in malafede.
Il punto, però, è che a un certo momento una battaglia giusta può trasformarsi in una liturgia sfiancante. Ed è qui che il discorso sul conflitto d’interesse, così come viene spesso agitato dentro queste polemiche, ha rotto il cazzo. Non perché il tema non esista. Esiste eccome, come abbiamo detto. Ha rotto il cazzo perché è diventato per molti l’equivalente videoludico di una clava morale che è utile per spaccare tutto senza più distinguere niente.
Hai fatto una sponsorizzazione? Conflitto d’interessi. Hai un buon rapporto con un PR? Conflitto d’interessi. Hai ricevuto una collector, un codice review, un invito? Conflitto d’interessi. Hai respirato troppo vicino a un publisher? Conflitto d’interessi. A un certo punto non è più analisi: è riflesso condizionato. E diciamolo, diciamolo chiaramente. Non va bene.
Il sacro ordine del videogiuoco
Il problema vero non è nominare il conflitto d’interessi. Il problema è usarlo come se fosse una formula magica che annulla ogni sfumatura. Perché allora non stai facendo critica dei meccanismi dell’industria: stai facendo moralismo da tribunale permanente. E il moralismo permanente, dopo un po’, produce due effetti di merda.
Primo: appiattisce tutto, cioè mette sullo stesso piano la marchetta più tossica e la normale esistenza professionale di chi lavora in un settore piccolo, relazionale e inevitabilmente interconnesso. Secondo: trasforma il pubblico in una tifoseria che non valuta più i contenuti, ma controlla chi è “puro” e chi è “contaminato”, come se il videogioco fosse diventato un ordine monastico invece di un’industria che diventa culturale solo DOPO aver fatturato milioni.
Ed è questo il punto che mi interessa davvero, quindi stammi dietro tu che leggi e poi dimmi se mi sbaglio o se sei d’accordo:
Falconero ha avuto il merito di sbattere sul tavolo un tema che tanti preferivano trattare in punta di forchetta, ma il dibattito che ne è seguito ha spesso preso una piega tossica e ripetitiva. Non perché lui vada insultato personalmente — quello è al livello di un asilo nido — ma perché una parte del discorso è diventata estenuante nel momento in cui ha smesso di chiedersi “dove finisce la trasparenza e dove inizia la compromissione?” e ha iniziato a ripetere “sono tutti in conflitto, tutti venduti, tutti da buttare”.
Se arrivi lì, non hai più una critica del sistema: hai una religione del sospetto.
E la religione del sospetto è una rottura di coglioni perché produce solo due sbocchi: o il purismo sterile, dove l’unico modo per parlare di videogiochi sarebbe vivere nel grottino di Osama Bin Laden mandando una recensione al vetriolo del Crimson Desert di turno ogni mese, oppure il cinismo totale, dove tanto vale dire che sono tutti uguali e chi se ne frega. Entrambe posizioni inutili.
Il punto serio, quello adulto, quello che richiede meno slogan e più cervello, è un altro: dichiarare i rapporti, spiegare le condizioni, separare il contenuto editoriale da quello promozionale, e poi farsi giudicare sui testi, sui video, sulla coerenza nel tempo. Non sulla santità presunta.
Quindi sì: Falconero ha avuto ragione a far notare che il sistema dell’informazione e del content videoludico italiano è spesso troppo comodo con sé stesso. Ma no: non tutto può essere risolto trasformando il conflitto d’interessi nell’unica lente possibile, perché a furia di gridarlo su tutto finisci per svuotarlo.
E ti voglio lasciare con una domanda. Non è che a furia di ripetere un concetto, così come da bambino ripetevi una parola migliaia di volte fino a che perdeva di significato, alla fine si finirà per non dire più un cazzo?
Parliamone insieme!